contro la creatività

Creatività. Comunicare significa sostanzialmente “vendere”: sia essa una idea da trasferire, una sensazione da provocare, una informazione da passare o un prodotto da piazzare. E di riflesso, un atto di acquisto è sempre il risultato dell’azione congiunta di un desiderio e di una valutazione razionale: si seduce con le emozioni e si rassicura con le argomentazioni. Forse questo è in breve “mestiere” di chi Comunica, “vendere” un’idea o anche solo un “pezzo” in più.
La “creatività”: tutti la chiedono, ma pochissimi la vogliono realmente, perché è scomoda. Ripetersi è economico, sicuro, meno faticoso, ci dà sicurezza. La consuetudine, il “manierismo” hanno una percentuale molto elevata di accettazione in chi ti chiede “creatività”. Infatti raramente il cliente accetta la pura creatività.

Constatazione 1: nessuno si mette a contestare l’opinione di un professionista, diciamo di un medico. Ma nessuno all’estremo opposto si sogna neanche di porre obiezioni all’idraulico.

Constatazione 2: in comunicazione e in grafica, tutti invece diventano “esperti”, come se la ghestaltica, i limiti segnici e cognitivi, le euristiche del giudizio e della scelta, i percorsi della persuasione, fossero cose che tutti imparano all’asilo. Comunicare è sicuramente “facile”, Watzlawick insegna. Comunicare bene, raggiungere un obiettivo, è un affare un po’ più complesso. Quando si “comunica” occorre essere pragmatici. Non esiste creatività senza pragmatismo, diventerebbe fantasia, che è ben altra cosa.
Per dirla alla Munari, è la distanza che separa artista e designer.
cervelli-persuasiviEsistono discipline che più o meno scientifiche, hanno risposto, rispondono o cercano di rispondere all’esigenza di comunicare in modo efficace. Com’è inevitabile i modelli tenderanno qualvolta a sovrapporsi e, altre volte, a essere complementari.
I primi casi confermano che in ogni modo, seppur da differenti punti di vista, i modelli svolgono tutti la stessa funzione. I tratti di discontinuità – complementaità conferiscono, invece, tratti di autonomia alle varie discipline. La retorica, l’antica arte della parola, intesa soprattutto come comunicazione orale.
La psicologia sociale della persuasione, i principali studi svolti sulla comunicazione persuasiva, e i criteri per analizzare tutti i modelli di comunicazione efficace presentati più avanti in questo libro; d’altra parte questi studi possono essere riletti considerando quello fornito dalla psicologia sociale, un modello di comunicazione efficace a se stante.
La programmazione neurolinguistica, una disciplina nata negli anni ’70 da alcuni studi sulla comunicazione in ambito terapeutico, con particolare riferimento al processo di cambiamento, oggi vive una seconda giovinezza grazie agli scimmiottamenti di tanti “neo-esperti” che dopo un corso pensano di essere capaci di sapere e saper fare tutto. Per fortuna, come sempre, anche nella PNL ci sono professionisti seri che ne hanno esteso e ampliato gli ambiti di applicazione.
Roland Barthes nel suo LA RETORICA ANTICA definisce la retorica come un metalinguaggio – discorso che ha il discorso come proprio oggetto – che comprende in sé vari aspetti, varie retoriche. Per indicare la retorica, senza voler essere troppo retorici, possiamo definirla come ”l’insieme delle tecniche che permettono di utilizzare la parola allo scopo di persuadere un uditorio relativamente ad un dato argomento”. Come emerge dalla definizione, oggetto e strumento imprescindibile per l’esistenza stessa della retorica è la parola. Di tutte le caratteristiche della parola è fondamentale l’autoreferenzialità, la capacità di parlare di ciò che è stato o sarà detto. La retorica è, infatti, un discorso sul discorso, un discorso autoreferenziale.
Esiste però una retorica visiva, fatta di accostamenti immagine-parola e enfatizzazioni ragionate che guidano le scelte esaltandone i contenuti.
Per approfondire leggi l’articolo LA RETORICA E LA POTENZA DEL MESSAGGIO



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